Siamo:

. dipendenti dall’elettricità, questo sempre più, nelle nostre orge comunicative serali per lo più, la televisione accesa ma non la guardiamo, vengono piuttosto ascoltati i sussulti e le urlatine del di turno, preferibilmente su rai tre che Ghezzi l’angelo non posti qualche , ma quasi sempre, sua bellabella cosa e purtroppo, olè, non la sentiamo mai perché i giapponesi, ad esempio, parlano poco, parlano piano.

. abbastanza cinci, bottiglietta di custoza al davanzale, ma mai cinci eccessivamente, di solito per lo più, va mantenuta media un’alcolemia standard (i corpi mammillari ringraziano) e quindi abbiamo a creare quest’ambiente fluido dove tastiera scorre e dati attorno accorrono, innamorati di una specie di sobrietà.

. sicuri che sia notte fonda, che praticamente è il mattino, e che tutti dormano, la qualunque dorma, le segreterie mute, i gatti con poche idee alimentari, ma pure, chessò, il commercialista deve dormire, e anche la zia, e la Sabri, e la statistica , e i carabinieri, e l’ufficio dell’agsm, e il premio letterario e la vicina, e il ladro e Lorenzo, soprattutto.

. accesi da una voglia frequente di fare uscire una specie di lupo dalla favola, vermetto dalla mela, gemmetta dal tronco solido, reazione chimica dal bicarbonato col limone, lievitazione dalla torta peracacao, penetrazione dell’occlusione dei tubi del bagno, trovare le parole, portare le parole, risolvere i problemi, pianificare gli ingorghi, controllare disordini, mettere i punti insieme eccetera.

. arresi alla complicazione costante di ogni cosa facciamo, e lunghe lacrime interne sui fallimenti del lavoro distensivo, della proposta cosciente, dell’utilizzo dei saperi e delle qualità, porchissima la frase lasciva che uscirebbe se volessimo, lungamente lacrimosi e incupiti da tutto che non si fa fare, puliamo il fornelletto con quaranta fogli di carta regina perché è lontana da noi l’esperienza dell’olio ma, attenzione, ce l’avessimo, la riporteremmo comunque indietro, nella sfera delle cose che si credono sapute e non ci tangono più mentre, tac, arriva l’untore che non ti aspetti.

. delusi dal ripetersi degli errori nelle esperienze ed ancora non convinti di niente, per come fare a correggerle, per cosa dire nel vederli, su cosa salire per non bagnarci le scarpe; vorremmo trascendere e non trascendiamo, non ci sentiamo trascendere almeno, e non trascendiamo credi, a ritrovarci qui nelle mattine insonni sghembi e comunque costruiti nel film che ci racconta.

. posiamo, nella gara dell’essere, quel personaggio e la sua maschera, sono-io, ma adesso quasi privi di dimensione condivisa, posiamo per noi, per la nostra bella faccia nella giostra di esistere e la quotidianità prende uno spazio grande, ci consola e ci risponde ma i sogni del sonno premono comunque, vogliono sfondare un muro inesistente, stanno lì a raccontare un’altra storia che poi diventa storia della storia immanente, e tutto ‘sto casino, Gerina, fai due disegni o tre.

. stanchi, un filo stanchi, di tutto questo andare e della meraviglia della piantina e del sapere morbido di aprire chiavistelli: sempre una stessa premessa esce dalle soluzioni, dai libri e dai colori, scintilla e fumo dei mercoledì.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

3 risposte a

  1. ioletoini scrive:

    siamo infiniti finiti.

    raccontarci come definirci.

    senza scampo, vivere senza.

    ciao Silvia!

  2. dirtyinbirdland scrive:

    nel mio silenzio sto ragionando sul romanzo. e non capisco questa parvenza di raffreddore, prossimità a Lorenzo che dorme, che mi prende a leggere, qui oggi. Quasi quel silenzio che, di fronte al L’uomo che cade, mi impedisce di terminarne la lettura. Body art che si cancella dalla memoria, e invece questo tepore nella casa silenziosa, insostenibile cinestesia. Non smettere, te ne prego.

  3. molesini scrive:



    sous le pont mirabeau coule la seine

    et nos amours, faut-il qu’il m’en souvienne

    la joie venait toujours aprés la peine