(descrivi un paesaggio culturale)

Una piazza carga, di radio attorniati, più distanti ante salme e nani, sulla destra parte quella nostra orda, quella sentiva slargo, che poi di venti instradati, sradicati, di sassata , dal fondaco disomogeneo, in alter anzi digos si riguardi, sono andati, ormai senza diritto.

Quel Lacoste, oggi sorella parte di leva ente dell’isolamento, e qui sta, una cassetta, un fungo, l’ ho circondato da vaudeville violette e fuck sia ed eran ciondoloni, sol bel ratio e le soglie vecchie dive stese sulla scaletta di Manzù, poi fagocitaste miglio. Sul lavandino la dis, testa carina edda Burri piume dulac qua! Discinta fante celere ‘sta buzzurra emaciata , è vera, dichiari stima, pivella Ade della roba freme, vi si era distesa piena, ferma e so Lolli veemente mostoso, Rifle stento e paci, fica, guizza in te che pila, Cia, eque statali piaggerie biacca di stabbia Fini, esimia, ha conciato magliette a Eco, ragli poveri aizzati, ruspe, ossa, forca, tu spuria botto Leone demorde bidet reflusso ergo.

Le grandi anche, eletti si sposano a latere lappano in prova fissa mente d’ altana, priva te essi, i rigagnoli, negra nel madre.

Quesito per polli. Di pareri vedrai l’ avvento. Stubi toi ingrosso, spariran la Saab Biarritz e il rame, ti si bianca, ti dala salsa ginepra, Heathrow (chi?) elfo lieder ami, su le Roc Cesla Lambrate in sestanti abortire, ella abbaia, otto lecca in panne, Hutu gli uscì. Agni, chiosa mobile girerai ‘n tonno, fruscii, din!, uccidi tocco, pin!, uccidi giovani versa ossicini, mogli straccate, carica casse, legge re, sacche tredici di plasma rimaste qua a Riga tosse Ebola, anche, pim!, bot, tagliette di Rom, ruote.

Tirerai, non ai capi, belin, alle donne, alle bare che dai, lanci querelle banca sig. Ombrosa Ulla pazza del mar gatto, irretita a la Spezia tura fossi e brucia ore, il fustino del napalm e li sgàma, chela rosa diamanti saltan fuori.

E’ vero ragù alla spiaggia. Vessa, e i conti, Nui abbatte re pum! martire esule Lasha nebbia esule figlia esule bara consolle dietro tulle esche nere, mine, Doll. Eur. "lepre di là!", "lepre di là!", per chi la mira la faranno fuori fusti a etti, nozze e sbotti e seco accoppa, rari conte ori, editto battute prede esposto, eccidi.

Salverà. Sole mondo pic! coli fuori dolce l’olio Lindo edile, chi ha orrore del tondo abbaino ora fa smembrare, lutto fioco in Creta, solo iddo, d’urto, un alluce muove tetro, posso?, Lesbo oda Despar, paglia, un acciarino, sii tu il brillo dei cantanti bieco seri. Vile upper fai lesta, te.

Rima che taccia, cianotico té. Un acquisto soprano, né Sun Rumor nè fiacre, urge chi ricerca lontano e coglie grucce ali Belzebù violenza oziante mulo rade il tram, unto elmo vivente gravava vispo stadi, moscio desco di qua, levo nidi stinti nella latta cere, dica!, qua si rutta, con Si che vede, ora diventi raso, l’ henné e un glande, a iosa. Parche Fedra (sornione) Deli equa torre e Lega imbelle frac sciala, cinta mura l’Argent & co.

Sara cosine ti do , non posta lenta, lastre malate in mano, cos’ hai, micina abbi lanterne che temo strega Rà in festa, Dove non l’ave dispensato.

Matto armerà ma tu inodore pene, tirante del leale, pizzo e core della cornamusica spera, ja, fallica apertura, tatto, gallina quasi siora.

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5 risposte a

  1. AndreaAccorsi scrive:

    mi piace molto. Ciao

  2. anonimo scrive:

    un filino troppo oltre. mi pare. r

  3. anonimo scrive:

    Se confrontato con il paesaggio naturale che lo precede ha una sua chiave di lettura (non ha solo quella), cosa che dimensiona la sua “oltrità” e lo rende un lavoro di oulipiana (cfr. Conforti Guido) memoria.

  4. anonimo scrive:

    Ciao silvia, ho letto questi due ultimi post più volte e mi sono ricordato di quanto avevo scritto tempo fa, il 23 ottobre scorso:

    “Tual toi foi che pofigorano

    E galmara dalmuta

    Le doni insiunte che clamano

    Al sfatico un barlio

    E millertochi de tonzoli

    Tea nel 43 fin aliano in tola

    Tea nel 22 purpera glomana

    Tea nel 30 che poffa un tomo, nila

    Tea nel 85 che pleme topa sila

    Stiffi al tic toc inocado

    E il vanzo è gnota cita

    Burida bortale spriziata

    Stigmata a snifarsi cozzo

    A lucire i quattro svaccariti

    A poffare da cragnare

    Bimando suro per colare

    E nei carbi foruti

    Tesmare il cisbo del blogo

    Cordiano, desmissiado

    E cogniudo pilatto e avocado

    Dlen dlon

    I ciboldi dei giobetti

    Tolmani audire come li pierano

    In sereno

    Tual strupposi che ci nillano

    E tual a tul tonone bergono

    Tui nel 92 che stupa topi tufi

    Tui nel 97 che barluma che sbuffara

    Tui nel 2008 che sbranga ai sarcini

    E pento a chi li sorga

    Che stiffo toa roso è platare

    Platare è il pingpong agi scozzi

    E lovare/eitare

    Arquoi duali cirbete,indi bola

    E sciao:

    poffare sgravire le funfe imainate

    poffarle allumare poffi baritosi

    brusare in fregolio cito, poffare jobi

    e intuendo un te gnapo rocoso

    che si poffa con gli mogdi

    e il boom ticoideo

    e la merina lisergica

    la istra pontonica

    un foratui che cragna un’upula

    sbombeghino e sceto

    di poesia”

    Riconosciuta? Questa è la variazione n°7 che non ho mai inserito in LdS.

    Certamente il tuo “descrivi un paesaggio culturale” suona un’altra musica, meno rozza, più fluida, incantatrice

    ciao

    paolo perlini

  5. anonimo scrive:

    la variante migliore, perlini. Da mandare tosto a Fo che ne faccia lettura gramelica.

    questa non me la lascio scappare, vedrai che ritorna.