Suonelli, gingillini.
Una crescita ardente.
Dove andavano dunque i bambini?

Ripetizioni sincere e
santi numi.
Ridiventavano dentr’in fiore sbocci.

Ah l’avessi saputo che
non c’entrava più
me ne sarei staccato liberamente

e l’isola epossidica de
divenire pertinente sente
un grande desiderio in contro.

Ma l’isola l’isola
l’isola
incroccata nell’antro furente

quanti anni diceva che aveva
l’isola
nel sacrato continente

dopodiché se ne andava
a firmare le carte e a deporre
niente niente

un po’ di me?
Paciugo inglorioso
asfittica e pastoia

dente di cane e dente
di leone.
E latte di gallina, toh

che si sappia! l’arlecchina
blu sorella e musa del
bel poeta muto

le giunga al cuore l’urto.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a

  1. dirtyinbirdland scrive:

    quando mi arrivano

    se qui o lì

    e ovunque sia,

    questa tue forme di parole,

    e queste metriche interrotte,

    e questo piano forte,

    e poi quella spirale senza senso

    e memore che Jung scolpiva

    nel giardino, ecco,

    mi ti risuoni come lo scalpello,

    ché meglio del cesello

    opera e cura

  2. molesini scrive:

    ho cara la tua attenzione

    (sai che “to’, che si sappia” l’ho rubato a un testo della Valduga?)

    e il senza senso è l’inconscio cavaliere cavalcato cavalcante

  3. dirtyinbirdland scrive:

    eh, la Valduga– Ché l’eleganza, tua e sua, è così sfidante…

  4. amilgaQ scrive:

    ah, molesta molesini_

    (e dìllo, confessàllo, che scrivi come leggi!!!)