Non è per nulla evidente in che modo si verrà a sapere che sta finendo la notte.
Se finisce a volte finisce e basta, lascia un po’ di sapore fenico in bocca e quello che doveva essere un sogno o un sonno si macera nell’infilata luce, sopra la sedia del vestirsi.
Quel giorno ritrovato, a Gertrude che lo guardò, non sembra la vita, ma la vita è. Sbroccata bastarda e pedissequa, priva di fantasia finquando si strattona, "tra il Giornale ed il gilé".
La vita (quella) è, gentilona ed arresa ma manifestamente tollerabile, e quindi pare pure bello cominciare qualcosa, o continuarlo magari un po’ pentendosi di averlo incominciato, finirlo; o non pensarci, anche in questo c’è una certa intelligenza fertile, perché la vita è tanto fertile quanto può esserlo un’entità che sa distruggere, semi-distruggere ed eternare.

Ma qualche volta la notte annuncia il suo esito. Lo vediamo nei pensieri del secondo dormiveglia che ci eravamo spostati. Le connessioni non funzionano e la trama qua e là si spacca a restituirci un coso opaco e non per questo confortevole. Gertrude che se ne accorse dirà del riposizionamento di certe foto nei punti sbagliati, come se l’album non avesse concretezza d’insieme: e molto materiale derivare da sensazioni cenestesiche e molti suoni partire a diaframma per passare alla testa dalla nuca, dietro.
Non sempre; come in certe favole che non fanno dormire qualche cosa mozzava, in altri risvegli annunciati, e qualche cosa veniva mozzato. O dimagriva fino a quasi scomparire. O, più frequentemente secondo noi, costruiva casipole che venivano incendiate d’ufficio.

Capita poi che la notte non finisca. E Gertrude che nella notte rimase non ne pianse, ché non si piange nella notte che non sveglia. Capita, è vero, di ritrovarsi sperduti in stanze nuove, nell’angolo che fa  l’armadio con il muro con l’altro muro vicino alla porta, e non vederci niente ed avere la paura ed il terrore della mancanza di tutto,  bisogna venire destati da rumori importuni. Ma a Gertrude che è nella notte non sveglia, e non piange, e non si alza, ed è come se ruotasse attorno ad una stella antica, in un’orbita, in una lunga distesa, in una traiettoria ondivaga, in un bel concavo, sul linoleum, in un moto uniforme, sul bordo di una bella foglia, nell’insenatura, nel grande mare, attorno ad una piccola mela, nel flusso di un atrio, nel labbro inferiore preteso

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3 risposte a

  1. dirtyinbirdland scrive:

    Per citare te, un po’ spostata, “una cosa tremeta e buona”, e non so perché il desiderio di indossarla a voce. Perché proprio, Silvia, ci sono testi che leggi e senti che, devi indossarli, come abiti al mattino. I tuoi vengon dalle ante, mica dallo stroppiccio.

  2. AltraBetta scrive:

    anche a me, a volte, la notte frinisce (e non finisce).

    nelle connnessioni (che non funzionano) ho avuto l’impressione d’un colpo/ictus alla nuca, nottetempo (“Gertrude” suona anziana), per poi ritrovarsi in stanze nuove, orbitando attorno al nulla (in cui comunque prima o poi riprecipiteremo tutti).

    amen.

  3. molesini scrive:

    che era un nulla nascente?