Ora.

Sai che c’è uno scrivere chiaro, autenticato e preciso, che scava nelle ossa del senso e che sparge sale. Te ne servi quando serve, comunicazioni d’ufficio, pensieri relazionali schietti diretti, prese di posizione. Ti è necessario avere un antagonista, qualcuno davanti da contraddire, da accontentare. Ma se devi parlare, te sola, parli diverso, e ti rivolgi a chi, potremo mai saperlo? Chi è e c’è dietro quelle favole ritmiche danzose irrational, non ti diverti se non parli così, ‘a che lo so. Allora c’è un dio (non credi in dio), no ma c’è un dio, un dio mio, c’è, quel dio, che poi magari è un demone. Daimon, uhuu Yung. Zen, nei battiti sublimati del bastone, e mi prenda chi vuole che gli farò un tè. Buddha sotto un fico con l’ombra del pitone, liberami dal desiderio e avrò un nulla sublime. Non sono cose mie, vero, me ne inventerò altri, modulando il sacrificio, mi si avvicina. Tutti i monoteismi post biblici, che la scrittura è per forza centro cosmogonico, un Dio sopratutti, il filo della trama del grande greve mondo qui. Una Torah, quantimila versetti per le declinazioni di fatti astorici, perfetti. Un Corano, a sillabare profeti e venute, mille morti di grazia e una traduzione bloccata, finita. Un Vangelo, quattro, quattordici, sette volte sette, l’arrivo di chi si aspettava, quel cristo zoroastro re del sole. Le religioni della mia parola, pezzetti scroscianti cose più serie, tipo un bimbo che nasce, tipo un vecchio che muore. Che poi se è un bimbo che muore ed un vecchio che nasce sono inquietanti, queste parole fanno paura. Ma sono nate per sovvertire, le hanno create gli uomini dalla nascita prematura, vero Lacan, non seguono alcuna fisiologia, prendono le distanze. Nessuna naturalità. E cosa ci dovrebbe commuovere allora in quella foglia, in quell’acqua, in tutte le cose sporcate, rovinate, buttate via? Già il solare animismo era opera culturale, il dio coccodrillo del fiume e la sua sposa lunare-pozzanghera. Che ci commuove che abbiamo creato, dallo spavento del vederci portata via l’onnipotente gratificazione di quella madre. Un luogo eterno. Hai scritto i Veda nel linguaggio dei sapienti, poi li hai ripetuti fino a farli diventare manfrine. Un disilluso sanscrito. E hai scritto i Veda che non si veda bene, nella metafora delle prescrizioni, sognante applicante determinata cosa congiuntura pratico-astratta. E li hai persi di mano perchè è una palla che tutto sia scrittura. Quel coso sporco è tutto tuo, lontano dalla vita e dal tempo, quel coso tuo è silenzio infinto e biasimo, tuo, per la stolidità del mercanteggiare anima. Quel coso tuo è trituramore, difettoso e povero quanto la tua codifica, quello che hai perso cercandolo altrove. Sbagliando mille volte. Il nome del tuo dio.

Che non ha nome, non ha nome, non ha nome, non ha nome, non ha nome, non ha nome, non ha nome, non ha nome, non ha nome, non ha nome.

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8 risposte a

  1. Guidoconf scrive:

    Per dare un nome (nel caso si ha dopo che si è avuto, il che presuppone un datore) bisognerebbe prima “com-prendere”. Cosa che è impossibile, se non a Dio stesso (ma i vecchi della Torah se l’erano già data, all’epoca).
    G

  2. Guidoconf scrive:

    Ecco lì, lo sguattero della crusca.
    Si ha avuto (c’èra un altro pensiero prima e l’esito è degno di Totò e Peppino. Porco splinder).

  3. anonimo scrive:

    lo sottoscrivo. A

  4. anonimo scrive:

    Ora.

    So che c’è uno scrivere chiaro, autenticato e preciso, che scava nelle ossa del senso e che sparge sale. Me ne servo quando sono lì, tra me e me. Devo essere malato.

  5. molesini scrive:

    No, il Roby, non sei malato. E’ solo un altro modo e porta da un’altra parte. Almeno finchè saremo d’accordo che la forma è contenuto, e il contenuto forma.

  6. anonimo scrive:

    Siamo “quasi” d’accordo, Silvia. Su contenuto/forma, senz’altro. Ma l’ossessione per la lucidità, che è ciò che ti/mi spinge a “scavare nelle ossa del senso” è, in qualche modo, una malattia. E’ una pratica della quale occorre avere il magistero ma che bisogna (bisognerebbe) saper abbandonare. L’arte di praticare questo abbandono non mi appartiene: se lo faccio sono goffo. E io sento questo se non proprio come una malattia, almeno come una limitazione.

  7. molesini scrive:

    Mi inviti a nozze e/o ti sei letto tutto il romanzoblog!! Se vai dove c’è Hoderlin trovi proprio questa impasse. Ora ti capisco bene, la tua “malattia” è un po’ anche la mia, un abbandono totale mi è possibile solo attraverso linguaggi preconsci, come l’inglese (vedi l’adattamento folle del folle Joyce) o la musica. Ecco, con la musica (mettendo parole dentro una trama di musica) ci riesco, da lì le vere poesie surreali. Il resto è, invece, compromesso. Ma un bel compromesso, no?

  8. molesini scrive:

    Scardanelli, non Hoderlin, pardon.