Se devo pensare che ogni volta devo passare da qui, e devo pensare che ogni volta passo da qui, mi prende una rabbia, ah , una rabbia…pertinente. Mi prende una rabbia burlona, anche, e un senso di vuoto, un’apertura senza frutto, ci scivola dentro la cosa che vorrei costruire, o meglio se ne sta lì, a fronte baratro. I pensieri, come vedi, dovrebbero sempre seguire lo scorrere di questa biro, uscire a ritmo, estratti dai grassi neuroni piramidali e modulati dagli striati, dagli antero-ventrali, dai corpi neri così come se suonassi un pianoforte. I pensieri dovrebbero essere questi, precisi, suonati, e una lettera non è una nota, mi dispiace, una lettera non è niente. Oh. Questa tastiera mi uccide. Se non accendo la macchina mi sento sola, vedi, mi sembra che non ci sia il mondo. Nessuno fuori da me, non cose da dire. Ma se mi affaccio alla finestra vedo passare tutti, li seguo con gli occhi e so cosa faranno; controllo un movimento che sento appartenermi , e mi faccio vedere, quando voglio io tutta, sennò quella parte di me che chiamo opera. La metto lì, qui, nella portella elettronica del milionesimo blog – Bookcafè si è messa a fare gli aggregator e ci sono stata ieri, un bel casino -, quante storie, quante vite, e parole e sguardi, davvero troppa confusione e cerco allora il libretto delle istruzioni, qualcuno che mi dica cosa fare per trovare nessi e logica e senso e costruzione. Siamo la folla di una piazza che si parla per perifrasi, non serve pensare che ci sarà ricchezza a comunicare così, bisogna comunque fermarsi, accettare di essere lì, in quel preciso punto con quei contatti precisi, un processo è fatto di fasi e passaggi maturativi o regressivi, per carità, ma dinamici, legati tra loro dai meccanismi degli affetti, ad esempio. Anche nella speculazione non si possono evitare i meccanismi di gruppo, quei giochi di posizione che sottopongono le tue parole, i tuoi pensieri, i concetti, ecco!, a contesti che li modificheranno in funzione di regole sopraordinate (ti ricordi Clarence e Società delle Menti? Il forum è poi passato ad una severa moderazione).

Ma oggi era una bella giornata di settembre e sono uscita a bere e ho sistemato due vecchie poltrone con morbide tende bianche. Prima di rincasare, verso le due, ho incontrato un tipo che aveva perso le chiavi di casa e tentava di entrare dalla finestra. Affacciata alla mia, più tardi, dietro i vetri della camera da letto, mi par quasi di sentire lei che parla da sola (starà ascoltando i rumori giù dabbasso?)

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5 risposte a

  1. Guidoconf scrive:

    Bellissimo. E perfetto. E’ assolutamente così, comprese le vecchie poltrone. (Ndr. Questo romanzo in blog necessiterebbe di una chiave per entrarci, però, almeno quando sarà finito).

  2. molesini scrive:

    Rimaneggiarlo ed integrarlo, e anche pesantemente, senz’altro, e la sua struttura lo prevede. Ma la chiave…ti chiederei, se trovi un momento di assoluta libertà, magari motivato da un buon Chardonnay-Sauvignon, di leggertelo da sopra a sotto. Ti assicuro che una chiave la vedi, ed è sorprendente (visti l’abbandono ed il libero accesso a materiali incongrui in apparenza). Solo qualche capitoletto fa attrito.
    Poi, se parli di “porta d’entrata”, non sono ancora arrivata all’inizio…
    Grazie per l’interesse, davvero.

  3. Guidoconf scrive:

    Il fatto è che in questo genere di architetture una sorta di mappa o di chiave ci vuole. Come dare la lampada a uno che entra in miniera. Almeno per pietà. Se poi questa cosa è fatta a rovescio e l’inizio è alla fine varrà la pena di aspettare?

  4. molesini scrive:

    Nessuna pietà.

  5. molesini scrive:

    E non varrà la pena.
    (ti piace Gui come mi sto adattando al dire duro e puro dei nostri letterati e affini?)