Si accapigliavano. Connesse incognite sapor di miele di fico, strettamente interessate. Lo riproducevano a balzi il suono vitale di un abbondante fremente, quasi schive e, misere.

L’ombra lunga dei capelli sciolti e l’indifeso apparire. Sicuramente avvinte e spodestate turbinavano.

Ombra lunga, trasportata di maggio in quel giardino, ricordi? Ricordi a farsi pezzi di carne e nuove giunture, dove mi ero persa precisamente a rincorrere cosa a domandare che a sfilarmi gli anelli uno per uno (la prima chiedeva) dei piedi freddi e del supermercato, l’isolotto della realtà che improvvisamente si schiude alle prese con la cosa del vitalismo.

"Non freno nessuna rimembranza e produco continuamente un’energia di discorso che appare frammentata ma si tiene alla radice, come il papavero, un boccio che polpa sugli steletti e lunghe foglie seghettate -Rinaldo vieni a vedere- o come la ginestra sopra il muretto rotto, che sfronda e si divide duramente, o come -ti ricordi della zia?- qualcuno che prova a spiegarti quando ha sentito, aveva sette anni, per la prima volta

il rantolo della morte. Che i medici non li conosce quasi più perché è cresciuto in tempi poco ospedali e senza ossigeno, tempi a vicinanza stretta a dormire tutti nello stesso letto e a conoscere i liquidi per colore e odore e vischiosità, fluido il mistero del mondo corpo. Il suono dell’interruzione di respiro deve essere ben piantato, profondo, proveniva dal basso, mi vieni a suggerire

Rinaldo"

Ma perché litigavano? Legate com’erano, si è saputo, che sapevano dolce, piuttosto coinvolte nel ripetere il gridare il dilatare delle bocche i muscoli guizzanti, persa la faccia in un povero pomeriggio.

L’ombra lunga dei capelli sciolti e l’indifeso apparire. Sicuramente avvinte e spodestate turbinavano.

"Perché litigate?"

Esce la rabbia come un flutto irresistibile, copre la terra, la faccia, le ombre, e si deposita come una marea a trasformare il fondale scombinato nei suoi crestati dettagli. Esce la rabbia come l’acqua grossa di un impianto a pressione mal regolata, di solito viene aprendo quei rubinetti a goccioloni trilobati. Annega le formiche e le farfalline sventate sul lavandino calcinato, spazza un mondo microbo e lo divide per settecentoventuno virgola sessantaquattro periodico. Un cataclisma, la tempesta, la fine di quel poco tutto. Pocouncazzo (ad Alice regaleremo un bel ditale).

"Perché litigate?"

Esce una rabbia come il vento di ieri sera che piegava ogni posto fusto, lanciando a zaffi tutte le foglie contro la veranda e diventa grosso e sibila, fa tremare i vetri e passa dalle canalette, toglie le cose leggere dai luoghi comuni, strascina le arelle le lattine le carte le bucce le pigne gli stecchetti dei gelati spezza rametti gonfia per bene i tendoni e stacca i ganci. Esce la rabbia potente come un pugno precipitato fisso a spaccare le ossa, a spolpare il muscolo, a far uscire sangue nei connettivi, a sorprendere l’intestino tenue (è tenue, tenue l’intestino) e a chiudere un cerchio riflesso di rapporti a interscambio esaltato, quello che ti faccio è quello che sono, attiva questa volta, tu-io il mio bersaglio.

E la vergogna è un crepitìo di passato, via la tempesta solo due macerie, un incanto spappolato, la nuova realtà .

C’è una camera segreta, chiusa da una porta blindata. Questa contiene, oltre a qualche povero cane incatenato, qualche mostro tra i quali il più commovente è quello che sta proprio al centro della stanza, che è il nostro intimo rimprovero. Chiuso in un enorme vaso di cristallo che ha all’incirca la forma del suo corpo, è color malva e di una sostanza molle, quasi gelatinosa. Assomiglierebbe a un grosso pesce, se non fosse per la tristezza molto umana della sua testa. Il domatore che sorveglia i mostri lo disprezza sopra tutti, lui che, noi lo sappiamo, troverebbe un po’ di pace nell’incontro con uno dei suoi pari. Ma non ce ne sono di simili. Gli altri mostri differiscono da lui per un leggero dettaglio. E’ solo e nonostante questo ci ama. Aspetta senza speranza, da noi, uno sguardo amico, che non gli accorderemo mai. Querelle viveva tutti i suoi istanti in questa desolante compagnia.

Genet, pagina 57.

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3 risposte a

  1. Vasumitra scrive:

    questa lotta ha la potenza stessa della natura, aggroviglia i corpi – il proprio io contro di sé – come nodosi rami. sorelle, amiche, specchi del sé.

    c’è lo scontro e chi lo guarda, fino al rimprovero che riduce vegetali all’angolo.

  2. anonimo scrive:

    i nemici? li individuo così.

    a naso.

    e tu gli amici? i così così? gli indifferenti?

    http://www.anchetumistaisimpatica.it

  3. molesini scrive:

    Io faccio così: rispetto ogni possibile forma di vita e cerco di capire la sua ecologia. Il pensiero che mi viene proposto potrebbe essere anche agli antipodi con il mio, ma non per questo non ha una sua intelligenza intrinseca e un suo ruolo. Amici mi sono quelli che fanno la stessa cosa con me. Nemici quelli che vengono a costringermi nei budelli della loro fenomenologia. E tieni presente che la costrizione può essere alimentata dagli ideali più elevati. Quegli ideali valgono cacca se passano dalla costrizione, dalla castrazione, dall’ìinibizione di un pensiero diverso. E quindi faccio così: fin quando mi lasciano fare fila tutto liscio. Quando mi bloccano voglio un confronto serio e completamente alla pari, per quanto possibile (ma è possibile). Pari rispetto, pari valenza, pari metodo, pari conferma. Lo sbilanciamento dato dal non metterci su la faccia non è pari a niente, tremo per te sulle responsabilità interiori che ti stai accollando, l’idea difesa dev’essere proprio una specie di divinità.