Pronunciavamo spasimo.

La fitta attraverso me è un compagine di figli d’Eva. Tredici.

Il male in me è ascoltarli strepitare.

Montati a titolo del quale il padre eterno unico ha cognizione

che escogitano graduatorie fittizie.

Circondati a causa di bui presupposti adoperarsi in immolazioni rituali tramite il pezzo di fronte, beffeggiarsi con il pezzo a tergo. Chiusi biechi arridere al vigoroso avvicendamento mentre edificano la loro mensa sacra.

Disprezzo coglierli divulgare abiti nel momento in cui all’interno esisto ancora. Elargirseli. Spiegare con parola piccola le legittime unioni ed il ceppo che subentra quando nell’interno compaio ancora . Decorarsi di "cacchino".

Lo spasimo che mi avvizzisce è soggezione al drappello nel quale è ricercata un’ apparente grazia, voglia mostrarsi anche grazia ideale; essersi simili, asessuali creativi, o lividi per ciò. Detesto e mi dolgo, cristo ti regalo questa umanitudine per il sacrificio sul legno, se ne mostrerebbero all’altezza questi, ravvisali pianificarsi la maschera che fili, tenere salda una distensione artificiale e singhiozzare ogni volta che tocca.

Afferrare come si deve il modo in cui è conforme a giustizia presentarsi, il punto nel quale è reputato sperimentare di questa sorta passioni, certi del luogo preposto alla correttezza relativa al giudizio ed operarlo con metodo, proponendosi, prestando attenzione, volendo bene (lo chiamano voler bene) pure al cane ed al porco, quelli originali, che si ravvisi che questi sono, non te, non loro, immondi.

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2 risposte a

  1. dinamicoduo scrive:

    a chi mando la parcella dell’oculista?

  2. anonimo scrive:

    hai ragione, è un po’ un casino, ma mi piaceva l’idea dell’accatastamento imprevisto…