Lo scultore non sa chi sia il soldato. E’ nato nel 1960, quindicianni dopo la fine della seconda guerra mondiale che ha studiato su sussidiari e vaghi testi in voga (si studia storia all’artistico?)

Ricorda poco, andiamo, poi quella della nonna suonava balorda, come guerra, fatta di beghini e volpi sanguinarie che aspettavano i bambini fuori dal pozzo, di Luigi che scappa e  torna a casa con un cappello forato da una pallottola, di broncopolmoniti, di tedeschi gentili "mama tuo filio perchè essere casa? mama adesso lava riso. saiser fanfru"

Sembra una guerra (o sono due?) (o sono mille?) una guerra mai stata, cacciata in ricordi sfumati o falsamente appuntiti su fatti poverini. Sembra una guerra che si è fatta corpo con la vita di una pacata sovrapposizione di fatti e non sai più chi abbia quel corpo sotterrato in giardino. Duci che fanno le autostrade e le ferrovie e che danno le prime pensioni diventano improvvisamente quindi padri buoni, guide che risollevano germanie bastonate e arruolano Gunter Grass nelle squadre speciali.

Quella delle nonne è una guerra ben strana. Le nonne di Vinca e di Esperia, ad esempio (ma questo lo scultore non lo sa) hanno ricevuto le scuse dai canadesi ma sono state violentate a ingroppo dai marocchini del generale francese, ed è inteso che tutti erano lì per liberare. Devono essersene fatte una ragione, essere città aperte magari significa anche questo, hanno consegnato le fedi, ricordiamocelo.

Quella delle nonne è una guerra incrociata. Forse è più un lavoro di miseria, un arabattarsi continuo per farine e zuccheri, un tentare di allattare, un provare a partorire, una lunga attesa in rifugi sbiellati, un frugare informazioni a destra e a manca inventandosi la storia.

E quindi lo scultore non conosce il soldato, che non racconta nulla di più di quanto i sei partiti di resistenza e Parri e De Gasperi e il piano Marshall tutti in coro raccontino sui libri della sua formazione antistorica. Ma il soldato potrebbe dire:

avevo un indirizzo, una direzione, una specie di compito. E mi sono trovato nel gran gruppo a sparare contro chi mi hanno indicato, nel vasto corpo dell’esercito contro questi assieme a loro. Un’ organizzazione disomogenea ma piuttosto convincente. Sono partito per la Russia o per la Grecia o per l’Albania, dove mi mandavano insomma, facevo parte di questa cosa dell’esercito, mi hanno arruolato perché maschio e sano e maggiorenne, dovevo rappresentare qualcosa per questa macchina.

E ci credevo quel tanto. Italia campione, Italia campione del mondo! Ci credevo, quel poco, l’enfasi irrinunciabile e un governo urlante sicuro di sè, è ventanni e passa che urla e convince, ci ha fatti marciare come si deve, a cosa devo credere? Sono parte della macchina dell’Aventino, e parte del sistema che, piccolino, si esprime a me. Sono niente, uno dei.

Ma sono quello che ora ti dice che devi. Credo nella forza come ci credi tu e sono forte ora, ora ti vinco, ora ti batto quel poco che serve a chi mi comanda per sentirmi dire che ho fatto bene. Poi, prima trasformazione.

La legge del battaglione, siamo gruppo con storia innaturale, siamo diversi e costretti, siamo lontani da casa da un po’ (sette, otto mesi?). Il soldato ha un sottomondo che si fa strada tra la vera e la finta ragione del suo esistere, basta provvisorietà, basta calcio (da un po’), non è la fame e non è il freddo, non necessariamente le pulci. E’ il sottomondo dell’usura del tempo, che scorre senza paletti, è l’indifferenza alla morte, è la ferita gestibile ma sensibile, è il legame nuovo che subitaneamente si scioglie, è il primo, o secondo, spietato dolore. Seconda trasformazione.

Bisogna proseguire, la vitina e i referenti prossimi lo richiedono. Niente ha più un preciso valore. Saran passati due anni? Lettere come fioriti fiori. Arrangiamenti. Spostamenti significativi ma gratuiti. Irrigidimento dell’ufficiale, che ne ho bisogno. Ho bisogno di credere, immensamente, credere, credere, dice il soldato, gli necessitano motivi e giustificazioni e seria voce intrisa di santo e buono, non si ammazza facile e meno facilmente si muore senza quella voce, tu che sconquassi il cielo con la porca voce di questa terra lo sai, no? Urla ancora, musso, urla e crepita che l’Italia è campiona! Urla che fai l’impero, urla che difendi i diritti, urla quello che la moda civitas impone al momento, urla qualcosa! Salva Santino dalla tua trappola (questo chiede il soldato).

Terza trasformazione. Sulla linea gotica anche un ragazzino sa che la nube sui tornanti al paese porta pianti. "Corri nella vigna, via, per carità! Suona le campane!" Chi le sentirà? Dove sono i giovani? Prigionieri in Africa? Deportati a Buchenwald? O sui monti liberi? Fanno il tiro a segno, cani  macellai. Ma che bella mira! Non la sbaglian mai. All’alba prende il treno e c’è odore di porcile sui marciapiedi della sua pazienza, e nella testa pesano volumi di bugie. La sera studierà, Dante Di Nanni. In corso Buenos Aires tutto il giorno ci passano i filobus, e ci passano i carri blindati coi prigionieri ammanettati che guardano e non vedono. Eppoi quando è l’ora depongono gli arnesi, comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi. Fame e macerie sotto i mortai, strade di Stalingrado di sangue siete lastricate; ride una donna di granito su mille barricate. Un gerarca fa l’impavido ma comincia a aver paura. L’orchestra fa ballare gli ufficiali nei caffè, l’inverno mette il gelo nelle ossa. E Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile. Alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati. Cinque di marzo del 43, nel fango le armate del duce e del re, gli alpini che muoiono traditi lungo il Don. Toglie il respiro il nitrile nei corridoi, mentre marciano in divisa baroni plebei; vanno in processione col camice, il regolo, i quiz la superbia l’ignoranza e la routine. Le statue sudano sangue, gli arcangeli sopra le spiaggie cominciano il loro safari, arrivano gli americani, garbaldini marziani, lanciano tavolette di libertà. Sulle rotaie cammina canta piano una canzone per calmar la confusione, un soldato un ufficiale dentro quel pigiama grigio quanto vale? Sulla sua testa risplende tranquilla la luna: in cielo cantano le stelle, pensa solo a salvare la tua pelle, una vita un mese un anno resta chiuso nel tuo buco come un ragno. In un paese è passata in divisa la morte, ammazzati come cani un cartello appeso al collo "partigiani".  E mi ha fatto un regalo, un biglietto del tram, per tornare in piazzale Loreto (a Poletti hanno dato sette lettere sopra una lapide, e la gente che passa e le vede fa un po’ i suoi conti, e poi si chiede: non è una spesa inutile? Non bastava un biglietto del tram per tornare in piazzale Loreto?). L’inverno ha sepolto la loro memoria lasciando soltanto pietà. In mezzo al biliardo tre morti ammazzati, tu segni otto punti per te. Quel corpo che tiene sepolto in giardino, di fiori ne dà o non ne dà? E tenga lontano quel suo cagnolino, se scava lo ritroverà. (*)

 

 

(*) Tutte le frasi della terza trasformazione sono liberamente tratte da "Un biglietto del tram", degli Stormy Six, Fonit Cetra, 1975.

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Una risposta a

  1. anonimo scrive:

    hai poesie inedite per la mia rivista?

    gianni

    L’AMMASSO

    foglio di cultura

    vc.magnasco 1/7

    16158 Genova

    [email protected]