Cosa fa che qualcosa venga ascoltato? Che di quel cosa venga detto che va ascoltato?

Un cuore. Tutte le streghe hanno ballato nel suo Sabba le notti che prendeva ordini dall’ efferatezza del disordine duro. Si è piegato quando ha potuto ai destini dei diavoli, siano stati grossi gatti neri attaccati ai tram di Mosca o anarchici incendiari attaccati al braccio di Liza, siano, loro, i diavoli, capimafia ordinati in casolare o aquile appostate nei vasti nidi alpini. Un cuore non decide, andiamo! E perciò un cuore non parla.

Batte. Una musica a levare che ha pochi argomenti, forse nemmeno uno, ma un motivo. Se Gravida ascolta il motivo che il cuore fa passare , e con lui la pelle, le mucose, i muscoli involontari delle midriasi e dell’intestino e la dilatazione dei vasi e la secrezione delle ghiandole, se ascolta questo concerto pensa "è tutto qui", e non le pare possibile vi siano altre cose da aggiungere. Rimane ferma davanti allo schermo bianco, con un tutto qui mostruoso e una paralisi perfetta; la dinoccolata ballerina delle cicatrici, ha pianto tutti gli amori come fossero uno e oggi, fuori dal dolore e fuori dalla mancanza, sente solo il cuore battere. Pum. Pum. Pum.

La mente di Buonarroti. Il suo prestarsi alla declinazione del mondo per i papi. Quel soffittone, visto da giù, oggi, nello schermo questa volta colorato, sembra una cornicetta, uno stencil civettuolo. Chi ha fatto arrivare quel soffitto fino a Gravida, e lo ha fatto diventare una delle note fisse della rapsodia del suo pensiero e continua a parlargliene come se una verità immutabile gli fosse propria?

La mente di Gravida. Il suo prestarsi alla declinazione del mondo per lo spettacolo. Un gran bel spettacolo di sé, da quando prova a far passare quello che crede d’aver sentito nei canali del comunicato, e si porta appresso, per forza di cose e senza scomodar Popper, tutti i residui e gli incartamenti del sopravvissuto del già detto. Una cosa le diventerà importante per quante volte a questa verrà messa l’etichetta dell’importanza e in forza di questa ripetuta  e impressa come a premere un solco.

Una mente alla moda, una mente fashion. Ma certo non inautentica, o inautentica laddove l’inautenticità è tutto quanto venga dopo quel battito. Pum, pum, pum. Una mente agile che si costruisce connessioni e prolungamenti, che sposta e proietta e rimuove.

(egli fu portato inevitabilmente, con sua grande gioia, alla conclusione fondamentale, ben nota alla pedagogia moderna, che ad Agathe doveva mancare la capacità della riflessione soprasoggettiva e il saldo contatto spirituale con il mondo) (Musil)

Teniamo presente che Ulrich ha frequentato l’Istituto Psicopedagogico, qualcosa così, e non parla a vanvera. Anzi! Le sue congetture sono sempre intrise di logica profonda (ce ne fosse) e cultura di libri libri libri. E’ un alter ego perfetto e stupisce la sua attenzione a questa sorella più povera. Creatura sorella……

(Creatura sorella
un momento fa ti ero attenta
scorreva da me
anima fluida pesante
verso te, lì, distinta
inodore
assolata
mentre adesso hai mille luci
ed un profumo marcio
sono scontenta e parlo
da lontano
con le cose che si fermano
con le cose che non si fermano
con attorno un vuoto pesante.)

Ma questa qui, siamese, porta avanti i propositi di un cuore appena più avanti del pum pum. Pum. Almeno così sembrerebbe, e così si pone, lei,  l’indiscussa ingenua sopra ogni possibilità di fallo, cammina verso i prati della fine e incontra quello che sa che la propria fede è una cosa seria e ricomincia.

E’ una figura commovente, di donna, forse perché una donna dona, e chiede e sa dell’abban-dono.

Ma vi sto sviando. Gravida non è Agathe. Le domande sono un po’ diverse, non le è morto nessun amore ed è orgogliosa della propria autonomia intellettuale. Gravida non è alla ricerca di un uomo, le sembra. E Gravida non è il soggetto della storia, innanzitutto. Le preme capire cosa venga ascoltato, vive nel 2006, diciamo cent’anni dopo, e non è più il Congresso di Vienna a bandire le leggi della ricerca del mondo nuovo, ogni transizione sembra finita, o congelata, la consuetudine e le moltitudini da un po’ nate nel riorganizzarsi della Storia e delle Tecniche hanno confermato le peggiori previsioni, ah!, ma anche coerentemente portato avanti le migliori aspettative.

A risultato neutro vien da pensare che le ragioni del procedere siano altrove. Procedere? No, era " cosa fa che qualcosa venga ascoltato?". L’etichetta dell’importanza alla quale dava credito Gravida non ci aiuta molto, detta così. E’ importante ma cambia quindi è relativa. Sembra che cambi ti rispondono i protettori del nume, ma in realtà è vita e voce vera immutabile incommensurabile e si chiama.

 

Baradù, l’uomo coccodrillo del sacro fiume.

 

(Se una cosa sia da mettersi in ordine oppure no, da questo dipenderà sempre la nostra risoluzione definitiva di prenderla sul serio oppure no) (Musil)

 

Un’esperienza ce l’avrei. E’ il 19 febbraio 1991. Parto in treno da San Bonifacio, terra di streghe perché vicina a Roncà, per Milano, già abitata, città. Ero passata da Marzana quel giorno, molto presto di mattina, a conoscere gli infermieri e il responsabile del reparto, l’aiuto, in quel settore dell’ultimo manicomio costruito in Italia. Era per la tesi sperimentale "Profilo sintomatologico, disabilità e variabili associate in un gruppo di 106 pazienti del’ex ospedale psichiatrico di Marzana, Verona", controrelatore Luciano Fiore-Donati, ci tengo a dirlo.

Andavo a Milano a leggere poesie, per la mia volta prima; al Cafè Letterario Portnoy, via De Amicis 1, 20123 Milano, invitata da Bruno Brancher, poeta e attivista, chissà come mai (invitata dico, quale il mezzo usato non ricordo). Già in Corso di Porta Ticinese mi facevo un doppio whisky, alla ricerca del coraggio.

Allora arrivo. Ore 19? La stanzetta di sopra è certamente vuota, io alle sedie, alla professoressa, ai due fidanzati, al pittore, al filosofo e ai tre stranieri leggo:

Lisci, lisci, lisci capelli biondi

viso da piccolissimo angelo

e cattivo,

mostriciattolo viscido,

biancaneve scura.

Lisci, lisci, lisci sorrisi biondi

magro amore che voli tra le stelle

e sincero,

incertezza assoluta,

panna acida.

Lisci, lisci, lisci pensieri biondi

cuoricino amaro che credi alle comete

e perduto,

bianchissimo vermicello,

inframmentabile rubino.

E leggo altre cose, faccio fatica perché è la prima volta e non so rappresentarmi questa situazione. Non che non ci sia attenzione, o atmosfera. Ma cosa ci fanno loro qui? E io, che tipo di clown sono? Ho cose diversissime da leggere, quasi una per ogni età, i diciassette, i ventuno, i venticinque, e per ogni dolore, per ogni viaggio e persino per ogni visione disillusa, o contro lei.

Ma non risolve l’intreccio

del poco buio diventato stria

un angelo

non dischiude più di tanto

gli infissi e la ruggine

l’aiuto del vento scirocco

come buona cosa

e così diventate glicine

voi due

indistinte le mani dai rami

verso il grele salire.

Applausi(?) Mi vengono fatti appunti. Una microdiscussione si accende. Si spegne. Bruno, gentile, sicuro della sua intellettualità oppositiva, scafato mi dice: adesso andiamo alla Sala Incontri I.S.U. in Corso di Porta Romana 19, Milano, a partecipare agli incontri "La poesia e la storia" (in collaborazione con la rivista Schema).

Il tema è "la Padania e…gli immediati dintorni". C’è una poetessa mora che legge, la sala è grande, piena, aspecifica. C’è Sanguineti, già vecchissimo o così mi pare, seduto tra la gente. Bruno mi dice, mentre ascoltiamo cose delle quali niente saprei ripetere, " vedi, quella lì è meno brava di te ma sa come arrivare e viene ascoltata". Parlava per lui, ovvio che io c’entravo poco, e si chiedeva come le parole potessero passare. Ne aveva concluso che per far passare le parole ci vuole una cornice, lui, io, ed i miei matti, giustamente, eravamo nel mondo del pressapoco, un grande fratello ante litteram se qualcuno decideva che fosse tempo di inquadrare.

Siamo andati in giro per Milano-piazze dell’est con la sua cinquecento a bere ancora e a parlare di poesia, nonostante tutto e proprio perché era, canaglia, solo lì.

E questo non mi ha impedito di vomitarla, una volta a casa, alle tre di mattina, l’ora del lupo.

 

(Non seppe concludere quel pensiero; ma che il padre non gli avesse voluto bene, né lui al padre, gli parve, di fronte a quell’ordine naturale, una stima soverchia e meschina dell’importanza personale, e d’altronde davanti alla morte i pensieri personali avevano un gusto scipito d’inconcludenza, mentre tutto ciò che vi era di significativo nell’evento sembrava emanare dal corpo gigantesco del corteo lentamente avanzante in mezzo a due pareti di spettatori, anche se v’erano lì in mezzo scioperataggine, curiosità e la smania sbadata di intromettersi dappertutto.

Tuttavia la musica seguitava a suonare, era una giornata chiara, leggera, splendida, e i sentimenti di Ulrich oscillavano come il baldacchino che si porta in processione sopra il Santissimo.) (Musil)

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