L’autunno metodico posa accanto nebbie. A te, nel tuo poco segreto denso, appare come un mal di stomaco, potente, una morsa che stringe fino a tirarti su la bile.

Per questo Gravida sei amara. E cattiva, urli a gran fiato le quattro porcate che conosci, sbatti le porte scendi dall’auto-in-corsa trattieni il bicchiere. Ti rifiuti il pensiero, nella sua riflessione, lo spazio di mediazione e ogni altro filtro.

Per l’autunno Gravida sei grigia, invece, grigia del lago gocciolante che ti invade, attornia il nodo dello sterno, sfonda (per "fa da sfondo") e illustra (per "mette in evidenza") il tocco aritmico della punta che ha pestato il cuore (ci me ponse? dice il cuore). Non ti coricherai più con lui, brodo vapore, per scoraggiare reflussi e doglie. All’autunno che uccide il sole e gialla e rossa le foglie ai cedui ( per rianimare crisantemi ) dici:

– cosa fai di febbre e inedia, vecchio demonio, perchè mi prendi l’anima, tu che nessuno la vuole, tu che moltiplica rimandi, tu che non aspetta niente, lei che sei accecante, lei che ti trascini dal bacino, lei che urgi come un cuscinetto scorticato

cosa vuoi di me allora, è evidente che un’anima non potrebbe interessare, questa cosina ridicola che non fa assolutamente nessuna cosa, l’ombrina dell’ombra di un cane, il picciolo del caco e la mai luminosa pietruzza blu.

Una miseria da far sbadigliare uno psicanalista.-

Ma lui, lui, sembra avere altra intenzione, un’idea diversa di cosa possa essere. E ti affascina e calma questo rimanere, suo, sparso, decaduto, impotente. Nelle frange della condensa, lungo le melme, sulle foglie del fico che macerano in pozzette: ecco un ricordo.

Qualcuno ti insegna a mettere a letto le bambole. Le copre bene bene, che non prendano freddo, e sta con loro finchè non si addormentano. Il rumore della lavatrice è una ninna nanna sottile, tu osservi questa piccola situazione sospesa che ti diventa pensiero, possibilità di quiete e cura.

Lui  HA un’intenzione diversa. Produce altri suoni dove si incontrano lepri, fagianelle e storlini. Lascia indisturbate le anatre e non raccoglie i funghi. Dimentica, sbiadito, i cattivi rapporti con gli altri, o li ricorda appena e poi non pensa a te, che non c’entri. Per te ha costruito una crocchia, si chiama "altrove". E una barchetta, si chiama "storia" e ti ci ha vista salire, grassa d’ira e d’accidia col tuo groppo malato, e ti porta sul Sarca docile giù giù fino al Mincio, così, per sbaglio innamorato.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

4 risposte a

  1. RobySan scrive:

    Amo la nebbia che mi copre bene bene, come copro bene bene mio figlio e poi aspetto che si addormenti. Ma forse questo è un fuggire a qualche “indietro”. Uterino.

  2. ioletoini scrive:

    Una lunghezza che ti scivola – scivola te – dentrointorno, dilatando quello che, in poesia, raccogli e spingi nel canale più stretto e pregno della gola, quello che urla spaccando margini e schizzando lamelle di ventre.

    La tua prosa invece prende il sopravvento sul tuo controllo che vorrebbe guidarla verso un più confinata definizione. Ti guida, ti spoglia dei pensieri, si mostra e ti mostra, sguscia nella forma più flessibile, si dilata e non smette di fluire.

  3. carrino scrive:

    :) un bacetto, silvia.

  4. foglidiparole scrive:

    sono (anche) qui, che ti leggo. brava! un bacione, swan